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Estremi:
Cassazione civile, 2018, Vedi massime correlate
  • Fatto

    FATTI DI CAUSA

    1. La Corte di appello di Milano, decidendo a seguito di reclamo ed in riforma della sentenza del Tribunale di Lodi, ha dichiarato l'inefficacia del licenziamento intimato dalla Converting Wet Wipes s.r.l. a V.M. il 14 marzo 2014 e, accertata la risoluzione del rapporto di lavoro tra le parti, ha condannato la società al pagamento in favore del lavoratore di otto mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto percepita, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dalla data del licenziamento al saldo, condannando il V. a restituire quanto in eccesso percepito rispetto all'importo sopra indicato. Infine ha condannato la società al pagamento di metà delle spese di entrambi i gradi di giudizio, nel resto compensate.

    2. La Corte territoriale, nel confermare la accertata genericità della contestazione di addebito, inidonea a far comprendere al dipendente il contenuto degli illeciti ascrittigli e precludendone la difesa - comprensione resasi possibile solo in giudizio a seguito di precisazione delle condotte ascritte al lavoratore -, ha poi ritenuto che a tale violazione dell'art. 7 dello Statuto dei lavoratori conseguisse la tutela prevista dall'art. 18 comma 6 dello Statuto stesso e non quella di cui al comma 4 riconosciuta dal Tribunale. Il giudice di appello ha osservato, infatti, che si trattava di difetto procedurale che inficiava dall'origine il procedimento disciplinare ed assorbiva, per ragioni di priorità logica, ogni questione relativa all'effettività dell'addebito.

    3. Per la cassazione della sentenza ricorre V.M., che articola quattro motivi ai quali resiste la Converting Wet Wipes s.r.l. che propone ricorso incidentale fondato su cinque censure. La Converting Wet Wipes s.r.l. ha depositato memoria illustrativa ai sensi dell'art. 378 c.p.c..

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  • Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    4. Le censure del ricorso principale:

    4.1. Con il primo motivo di ricorso V.M. denuncia la violazione dell'art. 112 c.p.c.. Sostiene il ricorrente che nessuna delle parti aveva mai denunciato la violazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7 ,nè invocato la tutela di cui alla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18, comma 6, nel testo modificato dalla L. 28 giugno 2012, n. 92. Conseguentemente la Corte di appello sarebbe incorsa nella denunciata violazione nel dichiarare l'inefficacia del licenziamento per vizio procedurale ed applicare il comma 6 del citato art. 18.

    4.2. Con il secondo motivo di ricorso ci si duole dell'errata interpretazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 6. Sostiene il ricorrente che, diversamente da quanto ritenuto dalla Corte di appello, non era ravvisabile alcuna violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, in quanto la genericità della contestazione disciplinare e la indeterminatezza dei fatti posti a fondamento del licenziamento non attiene ad un vizio della procedura ma integra, piuttosto, un vizio sostanziale del licenziamento che ne determina l'illegittimità per mancanza di giusta causa e non l'inefficacia, con conseguente applicazione l'art. 18, comma 4 dello Statuto.

    4.3. Ancora con riguardo alla ritenuta errata applicazione dell'art. 18, comma 6 dello Statuto il ricorrente, con il terzo motivo di ricorso, nel precisare che tale disposizione deve essere applicata in via residuale atteso che, ove si riscontri un difetto di giustificazione del licenziamento, devono necessariamente essere applicati i commi 4, 5 e 7 della stessa disposizione, evidenzia che nella specie non era stata acquisita in giudizio la prova del fatto oggettivo posto a base dell'addebito disciplinare e del recesso. Sottolinea che erano emerse discrasie e contraddizioni circa lo svolgimento dei fatti, anche sotto il profilo della loro collocazione temporale, e che...

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