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Estremi:
Cassazione civile, 2018, Vedi massime correlate
  • Fatto

    RILEVATO IN FATTO

    CHE:

    1. con sentenza depositata il 2 agosto 2012 la Corte di Appello di Bologna ha respinto l'appello di M.A. avverso la pronuncia del Tribunale della stessa città che aveva rigettato la domanda proposta nei confronti dell'Azienda USL di Bologna volta ad ottenere il risarcimento dei danni subiti in conseguenza della condotta vessatoria protrattasi dall'estate 2000 fino al pensionamento avvenuto nel (OMISSIS)

    2. la Corte territoriale ha osservato che l'appellante aveva posto a fondamento della domanda risarcitoria non il puro e semplice demansionamento bensì il cosiddetto mobbing, del quale non aveva fornito la prova perchè non aveva dimostrato l'intento persecutorio, da escludere nella fattispecie in quanto le condotte asseritamente lesive erano state tenute da soggetti diversi ed in momenti temporali anche molto distanti tra loro;

    3. il giudice di appello ha quindi ritenuto irrilevante stabilire se l'assegnazione di mansioni diverse da quelle espletate in passato integrasse demansionamento, posto che quest'ultimo non era stato "dedotto in causa (anche solo in subordine) come autonoma fattispecie giuridica con proposizione della relativa domanda risarcitoria";

    3. avverso tale sentenza M.A. ha proposto ricorso affidato a due motivi, illustrati da memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 1, ai quali ha opposto difese l'Azienda USL di Bologna.

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  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    CHE:

    1. con il primo motivo di ricorso la ricorrente denuncia, ex art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5, "omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio; violazione e falsa interpretazione ed applicazione degli artt. 2103,2043 e 2059 c.c.; violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c. " e rileva, in sintesi, che la Corte territoriale ha errato nell'interpretazione della domanda, che si riferiva anche al demansionamento;

    1.1. aggiunge che la pronuncia gravata si è discostata dal principio di diritto affermato da questa Corte in forza del quale il Giudice, una volta escluso l'intento persecutorio, è comunque tenuto ad accertare se i comportamenti denunciati, singolarmente considerati, possano essere fonte di responsabilità per il datore di lavoro;

    2. la seconda censura, formulata ai sensi dell'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2087,2043 e 2059 c.c., anche in rapporto all'art. 116 c.p.c., nonchè l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio;

    2.1. rileva in sintesi la ricorrente che la Corte territoriale: ha errato nel porre l'onere della prova a carico della lavoratrice perchè, al contrario, spetta al datore di lavoro dimostrare di aver posto in essere tutte le misure necessarie per tutelare l'integrità psicofisica del dipendente; ha omesso di valutare gli episodi lesivi nel loro complesso mentre solo detta valutazione può far emergere l'elemento soggettivo; ha errato nella valutazione delle deposizioni testimoniali ed ha omesso di esaminare la documentazione prodotta; non ha tenuto conto del D.Lgs. n. 216 del 2003, art. 2, comma 3, che qualifica discriminatori anche le condotte volte a creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo e, quindi, rende applicabile alla fattispecie la regola di...

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