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Cassazione civile, 2017,
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  • Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    1. La Corte di appello di Roma, con sentenza del 24 settembre 2014, ha confermato la pronuncia di primo grado con cui era stata rigettata la domanda proposta da C.M. avente ad oggetto l'impugnativa del licenziamento intimato per giusta causa dalla datrice di lavoro ENI s.p.a. in data 21 ottobre 2009.

    2. Il licenziamento era stato intimato per la reiterata violazione di procedure aziendali interne, riferibile a ventuno operazioni poste in essere nell'arco temporale fra febbraio e giugno 2009: in particolare, era stato addebitato al C. di avere rettificato al ribasso la lettura del gas già acquisita su utenze private. Tali rettifiche erano state eseguite senza richiesta dell'utente e senza autorizzazione da parte dei superiori, necessaria in caso di intervento non su istanza della clientela. La lettura al ribasso dei dati del contatore, inserita nel sistema di contabilizzazione, non corrispondeva ai dati reali e dava titolo a richieste di rimborso da parte degli utenti.

    3. Secondo la sentenza di primo grado, le operazioni contestate erano state realizzate con utilizzo delle credenziali del C. e dalla sua postazione di lavoro; tale elementi, in difetto di altre ragionevoli circostanze oggettive, avevano condotto il datore di lavoro ad individuarne il responsabile nella persona del ricorrente.

    4. Avverso tale sentenza il C. aveva mosso i seguenti rilievi: a) l'astratta possibilità di accesso esterno da parte di terzi sia alle credenziali personali che al p.c. non consentiva di ritenere provata la sicura imputabilità delle operazioni contestate; l'insussistenza di un valido criterio inferenziale era tanto più avvalorato dalla circostanza che le tre operazioni poste in essere nei mesi di giugno e luglio corrispondevano ad un periodo di assenza dal lavoro per malattia; b) la sentenza impugnata aveva addebitato al ricorrente un comportamento negligente...

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  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    1. Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 5 e dell'art. 2697 c.c. per indebita inversione dell'onere della prova, laddove la sentenza aveva addebitato al lavoratore l'onere di dimostrare che le operazioni poste in essere dal suo computer non fossero a lui ascrivibili, violando la regola secondo cui spetta al datore di lavoro che contesta l'addebito disciplinare dimostrare i fatti ascritti.

    2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta violazione dell'art. 420 c.p.c., comma 5, artt. 112, 115 e 116 c.p.c. per non avere la sentenza impugnata chiarito i motivi per cui non aveva ritenuto di dare ingresso in appello alla prova documentale vertente sull'acquisizione processuale dei cartellini marcatempo.

    3. Il terzo motivo addebita alla sentenza violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 2, comma 2, e art. 7 in relazione al principio di immutabilità della contestazione, nella parte in cui aveva addebitato al C., non già condotte dolose tese all'effettuazione di illecite rettifiche in bolletta, ma la violazione degli obblighi di segretezza e di custodia delle credenziali di accesso al sistema informatico.

    4. Il quarto motivo verte sulla proporzionalità della sanzione disciplinare ex art. 2106 c.c. Si assume la violazione e falsa applicazione degli artt. 2119 c.c. e art. 55 CCNL. Il motivo muove dall'assunto secondo cui la legittimità del licenziamento sarebbe stata confermata pur a fronte dell'accertamento giudiziale non più di una condotta dolosa, ripetuta nel tempo, ma di una mera negligenza, integrata in un'unica occasione, consistita nell'avere il ricorrente trascritto le credenziali sulla propria agenda, lasciata incustodita nel cassetto della scrivania dell'ufficio.

    5. Il primo motivo è infondato. La Corte di appello non ha violato le regole sul riparto dell'onere della...

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