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Titolo:
Sul principio di immodificabilità della motivazione del licenziamento
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  • Sommario

  • Il caso

    Una lavoratrice impugna in via extragiudiziale il licenziamento intimatole per giustificato motivo oggettivo e ne chiede in giudizio l'annullamento; nel corso dell'interrogatorio libero, il legale rappresentante della società rilascia dichiarazioni ipoteticamente attestanti la natura discriminatoria del predetto licenziamento.

    La lavoratrice promuove quindi un secondo giudizio, deducendo, questa volta, la nullità del recesso datoriale. Riuniti i procedimenti, in appello viene dichiarata inammissibile la domanda introduttiva del secondo giudizio, per essere stato quest'ultimo instaurato oltre il termine di decadenza - previsto dal comma 2 dell'art. 6, l. n. 604 del 1966 - di 180 giorni dall'impugnativa extragiudiziale.

    La Cassazione, confermando la pronuncia di secondo grado, rigetta il ricorso proposto dalla lavoratrice.

    La questione

    Le questioni in esame sono le seguenti: a) la violazione del principio di immodificabilità della motivazione del licenziamento determina la inefficacia “impropria” di cui al comma 6 dell'art. 18, st.lav. (e, per i nuovi assunti, di cui all'art. 4, d.lgs. n. 23 del 2015), quindi un vizio formale sanzionabile con la tutela indennitaria debole - restando quindi ferma la possibilità per il datore di fornire in giudizio la prova dei nuovi fatti indicati, ad esempio, nella memoria difensiva -, oppure la predetta violazione ha l'effetto di precludere al datore di dare la prova in questione? b) una volta ammesso che il lavoratore possa proporre, in relazione ad un unico licenziamento, più ricorsi, facendo valere, in ciascun giudizio, profili di illegittimità diversi, la decadenza ex comma 2 dell'art. 6, st.lav., decorre comunque, per tutti i predetti ricorsi, dall'impugnativa...

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